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Informazioni sullo Stretto

strettoLo Stretto è vecchio di circa 2 milioni di anni e nasce come conseguenza dell’abbassamento dell’Isola di Sicilia, il suo distacco dalla penisola e l’innalzamento dell’arco calabro.

E’ largo 16 km tra Capo d’Alì in Sicilia e Pellaro in Calabria, e 3 km fra Capo Peloro in Sicilia e Torre Cavallo in Calabria.

La sua profondità varia dai 72 mt ai 1000 mt. 
Ha la conformazione di un imbuto e mette in collegamento i mari Ionio e Tirreno, restando compreso fra la costa meridionale della Calabria, e quella della Sicilia, dominati dalla cima di Montalto sull’Aspromonte calabrese, e  da quella di Curcuraci Antinnammare sull’arco dei Peloritani in Sicilia.

Il mare è sempre visibile sia dalle vette siciliane che da quelle calabresi a conferma della simbiosi dell’arco Calabro-Peloritano, interrotta solo dallo Stretto, una struttura geologico-morfologica creatasi nel Pliocene inferiore.

La sua formazione è dovuta alla collisione tra la placca africana e la placca europea, un fenomeno che a tutt’oggi continua con un sollevamento annuale compreso fra 1.5 ed 3.5 mm. L’imboccatura nord è pettinata dai declivi e dai terrazzamenti della Costa Viola che guardano al Peloro
E’ chiamata viola per le irridescenze che le rocce assumono all’imbrunire.

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I relitti dello stretto


di Francesco Turano

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Laura C.
Se per Stretto di Messina intendiamo quel braccio di mare tra Calabria e Sicilia e i cui confini si estendono dalla trasversale Punta Faro – Punta Pezzo fino alla trasversale Taormina – Capo d’Armi, possiamo individuare sei relitti, tre per sponda; sul versante siculo, da sud verso nord, troviamo il relitto del Rigoletto fuori il porto di Messina, quindi quello del Pentwingas a Pace, poi un aereo di fronte Ganzirri e per finire quello sconosciuto di Faro e i resti, sempre a Faro, dell’Amerique; sul versante calabro, sempre da sud verso nord, troviamo invece la Laura C a Saline Joniche, la bettolina tedesca a Lazzaro e infine il vapore di un vecchio mercantile a Cannitello.

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Scoperta in Calabria

E' la più vasta del mondo: trentamila colonie

 Trentamila colonie adagiate tra i 50 e i 110 metri di profondità sui fondali rocciosi della mitica Scilla: è nel mare di Calabria che si staglia la più grande foresta di corallo nero del mondo. Apre scenari del tutto inediti la scoperta fatta dagli studiosi marini dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale Ispra (ex Icram) impegnati in un progetto di monitoraggio della biodiversità marina in Calabria.corallo_nero

A documentare la presenza della foresta di corallo nero (che di nero, però, ha solo lo scheletro) più estesa del mondo è stato Rov, un robot sottomarino utilizzato per le analisi e per osservare, filmare e fotografare. Rov, comandato dalla superficie, si è immerso con il suo occhio elettronico nei fondali del Tirreno calabrese per catturare e restituire immagini mozzafiato di specie di coralli, gorgonie, alcionari, pennatulacei e pesci rarissimi, molti dei quali mai osservati nel loro ambiente naturale.

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Caccia tradizionale al pesce spada

caccia al pesce spadaUna tradizione unica al mondo, tramandata di generazione in generazione, dall’antica Magna Grecia ai giorni nostri.

Ulisse oggi ha il volto dei nostri uomini di mare, che solcano lo Stretto su barche dai motori potenti, ma che si affidano alla loro esperienza e alla loro bravura con “la fiocina” detta "a friccia" (la lunga asta con cui “lanzano” ) per cacciare il pescespada e assicurare alla loro cultura la sopravvivenza.

Regole non scritte e  una grande ricchezza di vocaboli e riti simbolici, danno a questa particolare pesca un valore etnostorico importante per comprendere il nostro passato e l’identità marinara dello Stretto di Messina.

Un luogo evocativo, dove la natura diventa poesia, attraverso le storie e le voci degli uomini del mare. Eredi di una cultura millenaria, i pescatori delle feluche si riuniscono prima dell’inizio di ogni stagione per sorteggiare le “Poste”, aree quadrate in cui è suddiviso lo Stretto,  e dove a giro ogni feluca  trascorre la giornata di pesca. Sulla barca ognuno ha un ruolo fondamentale, ma alcuni compiti sono particolarmente affascinanti e comportano una grande responsabilità.

E se per stare sull’antenna bisogna possedere una vista d’aquila e saper manovrare la barca, chi arpiona deve avere la capacità di “sentire” il pescespada e una mira precisa e ferma.Ogni equipaggio ha i suoi esperti, a cui le nuove leve aspirano e che osservano per poterne carpire i segreti.

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LIMITI BIOGEOGRAFICI MARINI DELLO

LIMITI BIOGEOGRAFICI MARINI DELLO

STRETTO DI MESSINA

Lo Stretto di Messina ha una conformazione a clessidra con una sella sotto­marina che congiunge Punta Pezzo, in Calabria, con Ganzirri, in Sicilia. Detta sella ha una profondità minima di circa 80m nel suo centro. Aldiquà ed aldilà della soglia i fondali degradano velocemente. Verso Nord dai circa trecento metri davanti a Gioia Tauro (RC), raggiungono, poi, profondità superiori ai mille metri nella piana eoliana. Verso Sud, attraverso la valle di Messina, che a largo di Capo Sant’Alessio (ME) toccano i mille ed ottocento metri, sino a giungere ai fondi batiali della Fossa Ionica.

La risalita, per i noti fenomeni di up-welling, lungo la costa siciliana dello Stretto ed in tutta l’area della sella, di acque levantine ad un tenore maggiore di salinità nonché molto più fredde, permette la presenza di faune profonde in am­bienti più superficiali, nonché la possibilità per faune “atlantiche” e popolazioni relitte di trovare le condizioni quasi ideali di sopravvivenza in quest’area. Tra gli ecosistemi che caratterizzano lo Stretto, sicuramente i più noti sono i fondali a Laminarie e la biocenosi della “Roccia del Largo” in facies ad Errina aspera. In questo contesto, non si può, però, dimenticare che il regime idrodinamico dello Stretto permette anche lo spiaggiamento massivo lungo le due coste di un’enorme quantità di fauna planctonica e nectonica batifila (pesci, eufisiacei, molluschi, cte­nofori, tunicati, ecc.) che fa dello Stretto un luogo unico ed irripetibile al mondo.

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I fondali dello Stretto di Messina: ricchezza da scoprire, grande risorsa da valorizzare

 

Fondali di Peppe Caridi – Dire che lo Stretto sia uno dei luoghi più belli e affascinanti dell’intero pianeta potrebbe sembrare banale. Conosciamo bene lo splendore unico del panorama di Reggio e Messina, dipinto tra l’Etna e le Isole Eolie, così come ci affascinano gli scorci Aspromontani e Peloritani. Come se non bastasse, abbiamo ancora oggi segni indelebili della storia  millenaria che ha fatto di questo angolo Mediterraneo uno degli snodi culturali e commerciali più importanti del mondo: sono segni indelebili di arte, monumenti, architettura e grandi reperti storici di valore inestimabile.
A tutto questo (e a molto altro ancora) va aggiunta una ricchezza molto più nascosta, e per questo meno banale: quella che si cela nei fondali dello Stretto, al di sotto del livello del mare. Anzi, più che di “ricchezza” al singolare, dovremmo parlare di “ricchezze” differenziando quelle naturalistiche e quelle archeologiche.Giovedì scorso, il 19 marzo, poco a largo di Scilla, nel Reggino Tirrenico, è stata scoperta la più grande foresta di corallo nero esistente al mondo, con circa trentamila colonie presenti sui fondali rocciosi tra i 50 e i 110 metri di profondità. I ricercatori Ispra hanno scoperto numerose specie di coralli, gorgonie, alcionari, pennatulacei e pesci rarissimi, alcuni addirittura inediti e mai conosciuti prima.

Anche il Golfo di Sant’Eufemia, nella Calabria Tirrenica centrale, è una zona particolarmente interessante sia dal punto di vista orografico e biologico, in quanto caratterizzata da numerose comunità di individui di pregio quali il coralligeno presente sui fondali rocciosi. Cinque colonie di Antipathes dicotoma, una specie rarissimoacorallo nero, sono state osservate a circa 150 metri di profondità, per la prima volta nel loro ambiente naturale. In tutto il mondo ne sono stati raccolti e studiati solo 5 esemplari: l’ultimo di questi, raccolto nel 1946 nel golfo di Napoli, è stato donato al museo dell’Università americana di Harvard e fino a oggi non era disponibile in letteratura alcuna immagine dal vivo di questa specie.

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